Marina di Alimuri
La marineria metese Stampa E-mail
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Scritto da Antonino Aiello   
L’acqua è preziosa per ogni creatura vivente, ma solo l’uomo riesce ad utilizzarla con intelligenza al fine di migliorare sempre di più le proprie condizioni di vita. In un tempo molto remoto un uomo capelluto e barbuto osservò le foglie o le cortecce degli alberi che galleggiavano sulla corrente di un fiume e certamente pensò a lungo, nelle gelide notti della sua grotta a quelle foglie e a quelle cortecce. Probabilmente da quelle osservazioni e da quei pensieri nacque la prima barca.

Quella barca fece molta strada,nei secoli e nei millenni: scendendo il corso dei fiumi giunse al mare, e s’ingrandì, e divenne nave veloce, entrando a vele spiegate nella storia. La ricchezza e la potenza dell’uomo si sviluppano sul mare, ben lo seppero i Fenici, e i Cartaginesi e i Romani, ben lo seppero i navigatori italiani, olandesi e inglesi, i mercanti veneziani, il Genovese scopritore di un nuovo Continente. Perché i commerci via acqua sono facili e veloci: essi consentono di trasportare grandi quantità di merce in una sola volta, e congiungono in vantaggiosa amicizia popoli lontanissimi tra loro per distanza e per civiltà.

 

 Nell’eterno vagare del piccolo uomo sul grande oceano c’è forse la sete di conoscere e di osare se Ulisse rievocando la sua più epica impresa sul mare, dice a Dante nel regno d’oltre tomba: “Considerate la vostra semenza:Fatti non foste a viver come bruti,

Ma per seguir virtute e conoscenza”

 

 

•A partire dalla seconda metà del 500 fino al 700 si assiste ad una  progressiva diminuzione  di imbarcazioni a remi, a favore di navi solo a vela.

•Il cantiere di Alimuri costruito nel 1650, aveva 8 scali, per  una superficie di 9000 mq e dava lavoro a più di 860 operai, quello invece della marina di Cassano, sorto cinquanta anni più tardi, si estendeva per circa 4000 mq di superficie  con cinque scali e impiegava circa 200 unità lavorative. Il cantiere della marina Grande di Sorrento, sorto nel 1760 aveva un’ estensione di circa 200mq di superficie e dava  lavoro ad una quindicina di persone. Nel 1800 a questi tre si aggiunse il cantiere di marine d’ Equa

 

•Il moto riformatore è il filo rosso che lega la marineria napoletana a quella metese. Con Carlo di Borbone il regno pone al centro dell'attenzione pubblica il commercio che non solo produce ricchezza, ma sviluppa "le arti meccaniche e navali" e dà vigore alle industrie. Secondo alcuni contemporanei quasi tutto il commercio estero del napoletano era in mano di stranieri (Olandesi, Inglesi e Francesi), specialmente quello che usciva dallo stretto di Gibilterra. Perciò si guardava soprattutto all'Inghilterra e all'Olanda che lasciavano a distanza le altre nazioni, perché fedeli al principio secondo il quale "la marina fa la ricchezza del commercio"; sicché dall'unione dei due scaturivano la forza, la ricchezza e la gloria. Giacinto Dragonetti ammoniva: "Ogni nazione che non naviga vedrà i suoi politici e domestici interessi subordinati a quelli del Popolo navigatore".

 

•Re Carlo, proprio per contrastare la dipendenza del regno dalla piazza di Londra e da altre piazze mercantili, imboccò la strada delle riforme con una serie di importanti iniziative produttive congiunte ad opportuni provvedimenti legislativi:

1) Agevolazioni per la costruzione di nuove navi.
2) Ammodernamenti dei porti.
3) "Reale editto del 18-4-1741" con il quale si regolava la navigazione dei bastimenti mercantili con l'obbligo di portare la bandiera del regno.

 

"Giunta della navigazione mercantile" (1751) con il compito di esaminare tutti i capitani, padroni e piloti regnicoli (attestato che abilitava a continuare l'esercizio delle rispettive attività). La stessa doveva anche rendersi conto delle effettive condizioni di navigabilità e di armamento di ogni bastimento prima della partenza. Ogni padrone o capitano era obbligato ad attrezzare il proprio bastimento con quattro cannoni di calibro corrispondente alla grandezza del legno; e in caso di assalto da parte di corsari, padroni e marinai che avessero abbandonato il bastimento erano tenuti a presentarsi al tribunale del Consolato del mare e, in mancanza, al Governatore del luogo più vicino e descrivere minutamente il sinistro subito. La Giunta stabiliva il "giusto carico" per evitare il "getto" in caso di tempesta; essendo pratica corrente tra i capitani caricare altre merci "sopra coperta".

 

Altre regole furono emanate nel 1751. Con esse s'impose la tenuta di "un giornale di bordo" in cui andava descritto minutamente tutto l'itinerario. Si sancì il divieto assoluto per i marinai di abbandonare la nave; nonché il divieto per capitani e padroni di licenziare i marinai durante il viaggio. Si stabilì inoltre il numero degli uomini dell'equipaggio per ciascun tipo di nave: da 10 a 22 unità u seconda della stazza espressa in tomoli. Si determinarono le tariffe relative al trasporto, a seconda che il carico fosse grano, orzo o olio diretto ai porti infra oppure extra-regno. Sempre nel 1751, Carlo di Borbone stabilì l'armamento marittimo di due sciabecchi a protezione della marina mercantile, insidiata sulle rotte dei traffici sia verso altri paesi mediterranei sia su quelle interne. Alla pirateria comune si accompagnavano casi di rappresaglia o di arresto di potenze straniere come l'arresto della polacca di Francesco Cafiero proveniente da porti inglesi ad opera di due fregate reali francesi o quello della polacca di Gennaro Cacace da parte di uno sciabecco spagnolo.6) Furono inaugurati, nel 1784, due istituti: l'uno a Meta e l'altro a Piano, entrambi strutturati in cinque classi. Ad essi si accompagnò una scuola ad Alberi (1790). L'intero corso scolastico aveva la durata di sei anni; semestralmente gli alunni sostenevano un esame generale; si studiavano due lingue: il francese e l'inglese. Terminato il corso, godevano del privilegio di essere imbarcati sui legni da guerra "in qualità di pilotini per tre campagne". Successivamente erano arruolati nel corpo dei piloti della real marina in pianta fissa. Tra gli esercizi "scolastici e ginnici", il regolamento prevedeva, tra l'altro, l'arte del nuoto, il maneggio degli strumenti nautici, del sartiame, delle vele, della condotta del timone e della manovra delle vele. Inoltre i giovani dovevano acquistare una cognizione pratica di tutte le parti di un bastimento e delle macchine. Così pure, dovevano conoscere l'uso e il maneggio dell'ascia, della sega, della scure, dello scalpello e di tutti gli altri strumenti necessari alla costruzione del bastimento.

 

 
 
 
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